Ora è il momento propizio per l’attivismo politico degli italiani

Prima delle votazioni, Pagnoncelli ricordava che la campagna elettorare era stata definita”sgangherata dove prevalgono promesse”. Per alcuni partiti/schiramenti si tratta di “promesse impossibili”, gli faceva eco Perotti. Non ultima, la promessa di una nuova legge elettorale che con i sui paradossi metteva in campo molti leaders ma nessun premier (Roselli), e che secondo alcuni sondaggi […]

Prima delle votazioni, Pagnoncelli ricordava che la campagna elettorare era stata definita”sgangherata dove prevalgono promesse”. Per alcuni partiti/schiramenti si tratta di “promesse impossibili”, gli faceva eco Perotti. Non ultima, la promessa di una nuova legge elettorale che con i sui paradossi metteva in campo molti leaders ma nessun premier (Roselli), e che secondo alcuni sondaggi prima del voto era incapace di offrire la possibilità di creare un nuovo governo (Turco). Tutto cio si è avverato, e tutto ciò non è una novità. Fiumi di inchiostro sono stati versati per scrivere sulle inefficienze della politica italiana e sul malcostume dei politici italiani definiti ‘La Casta’ perchè diventati intoccabili (S. Rizzo e G. A. Stella 2008) e titolari di privilegi a vita (S. Rizzo 2014). Di fronte ai vizi di questi padreterni da licenziare (S. Rizzo e G. A. Stella 2011) agli italiani non rimache che dire ‘E io pago’ (G. Pozzi 2011).

“BASTA! promesse” e “BASTA! alla Casta” dovrebbero essere due tra i molti altri gridi di protesta che dovrebbero unire gli italiani che si dicono ormai disillusi ed esasperati da una classe politica inefficiente e che pensa solo a sé stessa. Ma un’analisi dell’elettore post-elezioni evidenzia alcuni punti elaborati di seguto e già menzionati nella prima versione di questo post. Riguardano il popolo italiano, l’elettore che dall’analisi dalla votazione di Del Monte emerge come passivo, preoccupato dalle sue percezioni individuali e attivo in una mobilitazione passiva restauratrice della normalità.

Politica è un’attività nobile che dovrebbe essere esercitata come una missione. Per questo, il termine dovrebbe essere sempre scritto con la ‘P’ maiuscola. Purtroppo, in Italia non è così.

Di seguito spieghiamo perché crediamo che in Italia la politica non ha la ‘P’ maiuscola, come crediamo che l’attivismo dovrebbe essere strutturato per contribuire a creare le condizioni per il cambiamento, cosa possiamo fare per essere utili, e quali sono i punti di forza del simbolo, tattica e approccio di comunicazione che proponiamo.

Perché crediamo che in Italia la politica non ha la ‘P’ maiuscola

La definizione della parola ‘politica’ nel dizionario Treccani sottolinea i seguenti aspetti:

  • La scienza e l’arte di governare, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica;
  • L’attività svolta per il governo di uno stato, il modo di governare, l’insieme dei provvedimenti con cui si cerca di raggiungere determinati fini (es. interna, estera, economica, finanziaria, fiscale tributaria, monetaria, sociale, p. industriale, p. agraria, p. sanitaria, p. scolastica, ecc.);
  • Modo particolare con cui uno stato, un governo, un capo di governo imposta e cerca di risolvere l’insieme dei problemi politici di varia natura;
  • L’attività di chi partecipa direttamente alla vita pubblica, come membro del governo, del parlamento, di un partito, di un sindacato, di un movimento;
  • Qualsiasi argomento, fatto, questione che riguardi, più o meno direttamente, il governo e l’amministrazione di uno stato.

Poi, inserisce due estensioni alla definizione del termine:

  • Particolare modo di agire, di procedere, di comportarsi in vista del raggiungimento di un determinato fine, sia nell’ambito pubblico sia in quello privato:
  • Linea di condotta accorta e astuta al tempo stesso, caratterizzata dalla capacità di destreggiarsi abilmente nelle situazioni e nei rapporti con gli altri, talvolta unita a una certa dose di opportunismo.

Infine, aggiunge l’indicazione del suo uso familiare:

  • Tutti gli espedienti, anche disonesti o poco corretti, messi in atto per ingraziarsi qualcuno, per sfruttare a proprio vantaggio una situazione, ecc.

Riteniamo che siano in molti a credere che in Italia la politica non si intenda e non si faccia nei termini delle definizioni fornite dal dizionario, e a pensare che la sua interpretazione di fatto si limiti alle due estensioni e all’uso familiare. Crediamo inoltre che siano in molti a condividere la convinzione che nella realtà italiana il termine Politica non si scriva, con la ‘P’ maiuscola, ma sia sostituito con molte altre parole tutte con la ‘p’ minuscola, come quelle elencate qui di seguito.

Dal lato dei politici, la Politica si declina in:

  • potere che ci si aspetta di raggiungere;
  • privilegi che si pretende di ottenere;
  • poltrona che si richiede di mantenere;
  • prepotenza che si ostenta e si avverte di non sfidare;
  • pecunia (dicevano i latini) / píccioli (dicono in Sicilia) che si esige di ricevere regolarmente anche dopo il mandato;
  • passera / patata / o pucchiacchiera (dicono a Napoli) / o pussy (dicono gli anglofoni) che si aspira a poter ‘godere’ facilmente;
  • pene (ed altri caratteri macho) che si sostiene di avere (vedi celodurismo Bossiano);
  • promesse che si fanno sempre e si mantengono raramente;
  • parole … parole … parole che si dicono ma non si pensano davvero;
  • papponi … papponi … papponi  come li definiva Totò nel famoso film ‘Gli Ononevoli’ del 1963.

L’analisi di Del Monte offre un paio di ‘p’ su come la Politica di declina dal lato dell’elettore/ popolo:

  • passivo: cosí è l’elettore o il popolo italiano e non deluso, apolitico o impolitico come ama definirsi
  • percezioni individuali e non programmi hanno influenzato le scelte elettorali

Crediamo che coloro che fanno politica in Italia siano amanti della danza ed appassionati di matematica. Nella prima, sono dei veri ballerini provetti della danza della sedia musicale. Le varie poltrone (parlamentari, ministeriali, statali e parastatali etc.) corrispondono alle sedie della danza, ed i politici ai ballerini. Quando ci sono le elezioni, inizia la musica e la danza. Finite le elezioni, la musica e la danza, i politici si siedono nella poltrona assegnata e chi tra di loro rimane in piedi, ahimè, si prende la bega di diventare presidente del consiglio con i suoi oneri e onori. Della seconda, amano soprattutto il principio commutativo. In matematica si dice che cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Nella politica italiana è lo stesso. I partiti cambiano nome ed i politici cambiano schieramento (emblematico il recente caso di canditato ‘bipartisan’) ma il risultato della politica rimane lo stesso.

Sembra esserci un largo consenso sul fatto che alla fine, sono sempre (quasi) tutti gli stessi che girano e che fanno sempre le stesse cose. Ma come dice Tomasi di Lampedusa, tutto cambia (politici, schieramenti e partiti) per rimanere tutto com’è (politica). L’analisi di Del Monte offre qualche spunto per dire che anche gli elettori hanno fornito il loro  contributo alla riproduzione di questo scenario con la loro mobilitazione passiva che ha prodotto una scelta frutto di una rivoluzione del buonsenso e restauratrice della quotidianità.

Le nuove leve dei politici si rendono subito conto di essere entrati in un acquario di piragna e capiscono che hanno due scelte: soccombere o diventare a loro volta dei piragna. Da un lato, si lanciano indagini per tirare fuori dagli armadi degli avversari politici vecchi scheletri per metterli fuori gara. Dall’altro, a discapito dei molti si allunga lo schieramento dei pochi che godono di potere, siedono su poltrone che assicurano privilegi e garantiscono molta pecunia (vitalizi o pensioni prima dei normali cittadini o con lo stesso ammontare ed alla stessa età ma con pochi contributi versati …), più gli altri benefici, facendo solo promesse che di solito rimangono vane e dicendo parole che di solito vanno al vento.

È lecito chiedersi: Ma sono tutti dei farabutti? No, certo. Ma alla fine della fiera, come direbbero i romani, “Ammazza ammazza … so tutti ‘na razza”.

Come crediamo che l’attivismo dovrebbe essere strutturato per contribuire a creare le condizioni per il cambiamento

Innanzitutto, occorre superare la passività identificata da Del Monte e mostrare l’unità del popolo italiano contro questo ‘cancro’ che è la politica italiana. Le elezioni politiche del 2018 hanno offerto un ottimo spunto e punto di partenza che però non è stato colto. Poi, occorre andare oltre le azioni convenzionali di attivismo e riconoscere i limiti dell’attivismo online. Infine, occorre utilizzare una tattica alternativa che può generare un impatto più forte.

Mostrare l’unità è difficile perché a guardar bene, la visione proposta dalla famosa frase attribuita a Massimo D’Azeglio – ‘l’Italia è fatta ora occorre fare gli italiani’ ad oggi rimane incompiuta. Gli italiani non si sono ancora fatti, e comunque non riescono ad unirsi per formare il popolo italiano. Il contrasto nord/sud e le divisioni regionali che ancora imperano sono solo due tra molti altri esempi. Sulla stessa linea, Filippo Del Monte ricorda che “nessuna delle grandi campagne d’opinione della nostra storia unitaria (Risorgimento, Interventismo, Sessantotto) è stata voluta o determinata dalla massa, dal “mucchio selvaggio” (…) [ma] sono sempre state le élites politico-culturali a declinarle”.

La storia europea ci offre degli esempi che suggeriscono una possibile spiegazione per questo punto debole tipicamente italiano. Il popolo francese ha fatto la sua rivoluzione. Insieme hanno combattuto per quei principi di libertà, fratellanza, uguaglianza che sono le fondamenta di questa nazione. Gli spagnoli si sono uniti ed hanno combattuto per liberarsi della dittatura di Franco. In linea con il loro spirito pragmatico ed utilitaristico, è stata la rivoluzione industriale a legare tra loro i britannici. La storia dei tedeschi ha certamente delle pagine oscure che nessuno può né negare né dimenticare. Ma il nazismo, come tutte le ideologie, ha di fatto rappresentato un forte collante per il popolo tedesco che oggi mantiene nel suo DNA, non certo i principi del nazismo, ma il concetto di unità di popolo. Più recentemente, i greci si sono uniti per opporsi contro le regole imposte dall’Europa. L’Italia non ha avuto la sua ‘rivoluzione’ capace di unire il popolo, e gli italiani faticano ad unirsi per realizzare la visione di D’Azeglio.

Le azioni convenzionali di attivismo (raduni, proteste e marce) non generano più il notevole impatto di una volta. M. White, uno degli organizzatori della protesta ‘Occupy Wall Street’ nel suo libro ‘La fine della protesta’ sostiene che queste azioni pubbliche sono strumenti importanti dell’attivismo ma non sufficienti per generare i cambiamenti sociali. Aggiungiamo che queste azioni sono puntuali e limitate nel tempo, ed organizzate in occasioni che sono specifiche, eccezionali, e non collegate o stra-ordinarie nella vita delle persone. Il loro impatto può essere forte, ma il loro effetto è limitato nel tempo. L’approccio della comunicazione di queste tattiche è quello che Clemencia Rodriguez definisce ‘epidemiologico’. Brevemente questo significa che il problema sociale è paragonato alle conseguenze di un’epidemia. Per combattere l’epidemia, specifiche comunità vengono esposte ad una campagna vaccinale. Allo stesso modo, per combattere il problema sociale la popolazione viene esposta ad una campagna mirata con messaggi predefiniti. L’obbiettivo di questa comunicazione unidirezionale è di persuadere e promuovere attitudini e comportamenti considerati socialmente accettabili e condannare quelli considerati inaccettabili. Però un grosso limite rimane: anche se la popolazione più larga possibile è esposta a messaggi specifici, la durata limitata dell’azione produce dei benefici limitati nel tempo.

L’attivismo online offe certamente dei benefici che vanno riconosciuti. Permette di dare visibilità a questioni sociali e problematiche politiche che con pochi clicks ed in tempi rapidi possono diventare ‘virali’. Ma i limiti di tale tattica non vanno dimenticati. Mettere assieme una massa di persone per dare risalto alla protesta richiede tempo. I politici ed i media sanno che le proteste online spuntano improvvisamente, si moltiplicano rapidamente, e ottengono il supporto di migliaia di persone grazie agli algoritmi dei social media. Per questo non sono più intimoriti dai grandi numeri delle petizioni online. Al contrario. Spesso utilizzano l’argomento che queste azioni sono dei ‘fuochi di paglia’ per non prendere l’azione in seria considerazione ed aspettano che la tempesta passi per discreditare la campagna e ignorare la richiesta.

La tattica alternativa che potrebbe essere più efficace è quella di un attivismo personale, proattivo e giornaliero. Come sostiene Naomi Klein nel suo ultimo libro nel quale analizza i recenti sviluppi dell’attivismo, dire “No non è abbastanza”. Quello che occorre, aggiunge, è un cambiamento sistemico e delle narrative alternative capaci di riunire le persone. Gene Sharp, il politologo americano considerato il Machiavelli dell’azione non violenta, propone una tattica alternativa alle proteste che definisce ‘political defiance’. Questa ‘lotta politica non violenta di massa’ mette in atto un attivismo giornaliero nella vita ordinaria delle persone basato su una mobilizzazione non violenta, attiva, deliberata e provocatoria finalizzata ad accrescere la consapevolezza e visibilità del problema e a generare pressioni favorevoli ai cambiamenti attesi. L’approccio della comunicazione di questa tattica è quello che Clemencia Rodriguez definisce finalizzato a ‘(ri)tessere il tessuto sociale’. Brevemente questo significa che il problema sociale è visto come la conseguenza di un’erosine del tessuto sociale. L’obbiettivo di questa comunicazione multidirezionale è di (ri)tessere il tessuto sociale intorno al problema in modo da (ri)creare un clima favorevole ai cambiamenti attesi.

Cosa possiamo fare per essere utili

Suggeriamo di utilizzare una strategia costituita dall’uso coordinato ed interconnesso di due tattiche alternative di attivismo. Di seguito, i due elementi che suggeriamo:

Primo, gli attivisti potrebbero inviare attraverso le poste la cartolina (quella in cartoncino non virtuale) illustrata di seguito all’attenzione del presidente della Repubblica Italiana. Ognuno potrà indicare a modo suo e nei suoi termini il ‘perché’ della propria disillusione ed esasperazione di fronte alle promesse vaghe e vane dei politici, ed il ‘perche’ della propria protesta contro la casta della politica.

                 
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Secondo, gli attivisti potrebbero svolgere la funzione di ‘cartellone umano’ e ‘pubblicità in movimento’ indossando, mostrando ed utilizzando nella propria vita quotidiana vari gadgets come quelli mostrati qui sotto che espongono il messaggio di protesta.

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Quali sono punti di forza del simbolo, tattica e approccio di comunicazione che proponiamo

Il simbolo permette di riconciliare due elementi fondamentali ma antitetici delle azioni di attivismo sociale: trasmettere un’immagine di unità e soddisfare il desiderio di personalizzazione degli attivisti.

Da un lato, il simbolo trasmette un messaggio semplice, chiaro e univoco, ed esprime in maniera unanime una richiesta di cambiamento. L’utilizzo dello stesso simbolo come messaggio chiave riunisce i singoli attivisti e li trasforma in una massa che protesta. Dall’altro, l’uso della cartolina offre la possibilità di integrare la personalizzazione della protesta offrendo ai cittadini attivisti la possibilità di esprimere, nei loro tempi e termini, la loro opinone ed il loro ‘perché’ della protesta.

La registrazione del logo come Trade Mark permette di controllare il suo utilizzo e di evitare usi impropri e collegamenti inopportuni

La registrazione garantisce che nessuno potrà formulare slogan usando il simbolo o produrre gadgets senza autorizzazione. Nessun schieramento politico sarà autorizzato ad utilizzare o ad associarci al simbolo per sostenere le proprie posizioni. Questo garantisce che la titolarità della protesta rimane interamente nel campo dei cittadini/attivisti che potranno contattarci per creare e proporre i loro slogans da integrare con il simbolo in linea con le loro motivazioni della protesta.

Quests tattica alternativa va oltre l’attivismo convenzionale e online.

Attivismo presuppone di attivarsi per raggiungere un obiettivo. Acquistare la cartolina, scrivere il ‘perché’ della propria protesta contro le promesse della politica e contro la casta dei politici, comprare il francobollo e spedire la cartolina attraverso le poste sono tutte azioni che dimostrano che il cittadino si è attivato. Questa sua proattività conferma che crede nella protesta, che si sente parte dell’azione, e cha ha voglia di far sentire la sua voce. Inoltre, come suggerisce Sharp, indossando, mostrando ed utilizzando i vari gadgets con il messaggio di protesta, gli attivisti si sentono protagonisti dell’azione e non dei semplici partecipanti.

Queste tattiche alternative potrebbero generare un impatto maggiore delle azioni di attivismo convenzionale (raduni, proteste e marce) che, come indicato sopra, non producono più gli effetti di una volta. La consegna di migliaia / milioni di cartoline al Quirinale è una circostanza che difficilmente passerebbe inosservata, dando ulteriore visibilità alla protesta. Un evento simile conta molto di più di migliaia / milioni di facili click sul bottone di una petizione, sulle icone di ‘mi piace’ e ‘condividi’, e sul link per ri-twittare un post. Svolgendo la funzione di ‘cartellone umano’ e ‘pubblicità in movimento’, le persone confermano la loro proattività, il loro coinvolgimento ed il loro impegno dando ulteriore forza alla protesta. Mostrare il messaggio in situazioni di vita ordinarie aumenta le occasioni singole di visibilità della protesta. Essendo inaspettata, questa esposizione provoca sorpresa, che a sua volta induce alla riflessione sulla tematica e può spingere le persone a mettere in discussione l’inazione ed il silenzio propri e quelli altrui. Inoltre questa tattica crea un impatto comunicativo maggiore di quello prodotto in situazioni tipiche di protesta dove mostrare tali messaggi rappresenta la norma.

La strategia genera vari benefici

La sinergia tra la consegna di cartoline, la moltiplicazione dell’esposizione della protesta (cartoline e gadgets) e la riflessione sulla tematica ispirata dalla sorpresa del messaggio in situazioni ordinarie può contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica e generare pressioni favorevoli ai cambiamenti attesi.

Mostrare i prodotti ed il messaggio di protesta sul lungo periodo, conferma che non si tratta di un fuoco di paglia. Inoltre, permette di capitalizzare l’impatto dell’azione e di ‘(ri)tessere il tessuto sociale’ intorno alla specifica problematica politica in modo da favorire la creazione di un clima favorevole ai cambiamenti sociali attesi.

Ora che la pressione e confusione della campagna elettorale è terminata, il momento è propizio per riaccendere la voglia di attivismo ATTIVO degli italiani, per dare un segnale forte ed univoco alla politica e farla diventare Politica, e per mettere TUTTI i politici di fronte alle loro responsabilità sfidandoli con obiettivi chiari.

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